giovedì 5 giugno 2008

IL DESTINO DELL'UOMO

Gli antichi Greci pensavano che ogni uomo al momento della nascita recasse con sé il proprio destino, la propria “porzione di vita”, ma troppo assorbiti com’erano dalla ricerca dell’onore e della gloria, non avevano tempo per pensare alla morte. Consideravano il momento del trapasso la semplice liberazione nell’aria del “soffio vitale”, dell’anima. Al tramonto di questi ideali, l’eroico fatalismo dell’epos divenne perplessa consapevolezza d’impotenza dinanzi al destino e d’impossibilità di trovare rimedio all’imprevedibilità degli eventi. Tutto ciò portava l’uomo ad approfondire le tematiche esistenziali che lo toccavano da vicino, reagendo istintivamente al senso di precarietà del divenire in cui si sentiva immerso, cercando di aggrapparsi al godimento immediato e quotidiano consapevole che tutto è caduco davanti alla morte. Finendo col ricavare un insegnamento di sopportazione e di misura, una regola di vita che esclude l’aspirazione alle cose tropo grandi e elevate. Così accade che nei momenti più duri ci si accorge di quanti desideri superflui rincorriamo senza tregua, desideri deboli, che il tempo prima o poi spazzerà via. Impariamo allora a vivere al meglio giorno per giorno come se fosse l’ultimo, ad amare le persone in ogni momento, a sorridere, anche se qualcosa va storto, non con la paura che tutto potrebbe finire da un momento all’altro ma con la gioia e la volontà di vivere al meglio minuto dopo minuto. Il tempo passa in fretta, è come un treno che corre veloce, peccato però che nessuno può perderlo, e allora “CARPE DIEM”!